New York, anni Cinquanta. Therese Belivet è una giovane donna che lavora in un departement store. Lavoro odiato ma necessario per vivere. E magari anche per coltivare la sua passione, la fotografia, e trasformarla più in là in lavoro. Un giorno, Therese vede nel suo reparto Carol Aird, donna che attira la sua attenzione, lei che è sempre alla ricerca dell'inaspettato nell'ordinario, e della bellezza. Carol dimentica i guanti al suo bancone, così Therese decide di restituirglieli. Iniziano a frequentarsi. Quella che a tutti sembra un'amicizia, per loro diventa un segreto prezioso da custodire. La vita di Carol, però, non è semplice: ingabbiata in un matrimonio fallito e dalla morale benpensante.
Tra i favoriti agli Oscar 2016, il film di Todd Haynes ha incassato le nomination più importanti.
Alcuni potrebbero dire: un altro film sull'amore omosessuale? Io rispondo, non saranno mai abbastanza ma, soprattutto, ogni film aggiunge un tassello, un aspetto, un'emozione ad una condizione negata, osteggiata e condannata per gran parte della storia dell'uomo. La morale è il leit motiv del film, nella New York non così cosmopolita e aperta degli anni Cinquanta. Se la Grande Mela in Brooklyn avvera le speranze della protagonista, in Carol si personifica in divieto che addita.
La regia di Todd Haynes, profondamente elegante, lucida nella narrazione della storia d'amore tra Carol, donna forte, carismatica e fragile allo stesso tempo, fragile nella sua essenza naturale che non puo' (e non deve, ce lo fa comprendere con insistenza il regista) negare, e la giovane Therese forte della sua giovinezza e del sentimento per Carol. Interpretazioni magnifiche: Cate Blanchett e Rooney Mara tolgono il fiato. Costumi, è il caso di dirlo, da Oscar: la costumista Sandy Powell ha ricevuto doppia nomination per Carol e Cenerentola. Così come le musiche di Carter Burwell, altra nomination agli Academy 2016.
La soavità dell'amore tra Carol e Therese, un amore uguale al tuo. Il diverso è chi crede che lo sia.
Qui ad Incursioni Cinemaniache siamo ancora increduli per la scomparsa del grande Alan Rickman. La felicità di oggi è a metà: non il solito entusiasmo da giornata 'Nomination Oscar', ma una allegria amara. Incompleta. E lo è sicuramente anche per Kate Winslet che riceve la nomination ma ha perso un grande amico, quasi un mentore. Mancherà a tutti, come attore e come regista.
Ecco le nomination per gli 88esimi Academy Awardsnelle categorie più importanti:
MIGLIOR FILM
La grande scommessa, Bridge of Spies, Brooklyn, Mad Max - Fury Road, The Martian, The Revenant, Room, Spotlight.
MIGLIOR REGIA
Adam McKay (La grande scommessa), George Miller (Mad Max), Alejandro Gonzalez Iñárritu (The Revenant), Lenny Abrahamson (Room), Tom McCarthy (Spotlight).
MIGLIOR ATTORE
Brian Cranston (Trumbo), Matt Damon (The Martian), Leonardo DiCaprio (The Revenant), Michael Fassbender (Jobs), Eddie Redmayne (The Danish Girl).
MIGLIOR ATTRICE
Cate Blanchett (Carol), Brie Larson (Room), Jennifer Lawrence (Joy), Charlotte Rampling (45 anni), Saoirse Ronan (Brooklyn).
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA
Christian Bale (La grande scommessa), Tom Hardy (The Revenant), Mark Ruffalo (Spotlight), Mark Rylance (The bridge of spies), Sylvester Stallone (Creed).
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA
Jennifer Jason Leigh (The hateful eight), Rooney Mara (Carol), Rachel McAdams (Spotlight), Alicia Vikander (The Danish Girl), Kate Winslet (Jobs).
MIGLIOR COLONNA SONORA
Thomas Newman, Carter Burwell, Ennio Morricone, Johann Johansson, John Williams.
MIGLIOR FILM STRANIERO
Embrace the serpent, Il figlio di Saul, A war, Theeb, Mustang.
MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE
Anomalisa, Inside Out, Il bambino che scoprì il mondo, Shaun vita da pecora, Quando c'era Marnie.
A guidare la "classifica" di film con più nomination ci sono The Revenant(12) e Mad Max - Fury Road (10), che fa soprattutto incetta di premi tecnici. A seguire The bridge of spies di Steven Spielberg e Carol di Todd Haynes a quota sei. Contenuto il successo di The danish girl, Jobs e Joy che ricevono nomination solo per gli attori. Tra l'altro, prevedibilissime. Come prevedibili le nomination di Cate Blanchett e Rooney Mara per Carol. Sorprende l'exploit di Spotlight, con Rachel McAdams che incassa la sua prima nomination (stesso discorso per Charlotte Rampling. E io aggiungo: era ora!) e La grande scommessa. Nomination confermate, dai Golden Globe agli Oscar, anche per Room e Brooklyn. Il maestro Ennio Morricone, dopo i Golden Globe, riceve anche la nomination agli Oscar per The Hateful Eight di Quentin Tarantino: magra consolazione per il regista a corto di candidature. Sarà ancora l'anno di Iñárritu (a mio parere, nella categoria Miglior regia vedo ben pochi avversari e potrebbe essere una statuetta facile da conquistare per il messicano)? Ma soprattutto, sarà finalmente l'anno di Leonardo DiCaprio? Preparatevi ad una valanga di recensioni da Oscar sul blog e...Appuntamento il 28 febbraio!
Cast: Lily James, Richard Madden, Cate Blanchett, Stellan Skarsgård, Helena Bonham-Carter, Sophie McShera, Holliday Grainger, Hayley Atwell, Ben Chaplin
Regista: Kenneth Branagh
Ella vive col padre, principessa incontrastata nel suo cuore, provato, però, dalla perdita improvvisa della moglie. Seppur patendo la mancanza della mamma, la bimba cresce serena e buona, diventando una splendida giovane donna. Il padre decide di risposarsi, incontrando l'approvazione della figlia. Purtroppo la donna, un'arrivista crudele e senza scrupoli, oltre alle patetiche e bizzarre figlie, non apporta serenità alla famiglia ma solo livore e sfortuna. Poco dopo, il padre di Ella muore. La ragazza diventata schiava dei desideri e delle imposizioni della matrigna e delle due sorellastre, non vede vie d'uscita. Non sa ancora che una zucca può diventare carrozza, e un principe può innamorarsi perdutamente della sua bellezza e bontà. Dopo i supereroi, Kenneth Branagh si cimenta con le favole, riuscendo a catturare nel suo incantesimo filmico non solo i bimbi. Il nuovo film in live action della Walt Disney mantiene il suo impianto fiabesco, però a differenza del cartone animato i personaggi hanno spessore psicologico, fanno più presa sugli spettatori, soprattutto adulti. I personaggi agiscono attivamente, rivelano aspetti nascosti del loro vissuto. Il film è un one woman show: Lily James è la protagonista assoluta, anche quando è accompagnata da altri nella scena. Eterea, dolce e bella, una scelta più che azzeccata. Richard Madden è quanto ci si dovrebbe aspettare da un principe: perfetto, bellissimo, innamoratissimo. Esilaranti le due sorellastre, Grainger e McShera. Insolita e accattivante la fata madrina di Helena Bonham-Carter. Magnifica la matrigna di Cate Blanchett. Più che un film è una cura, una dose di positività e fiducia nel genere umano. Il trailer:
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Anno e Nazione di Produzione: USA, Nuova Zelanda 2014
Titolo Originale: The Hobbit - The Battle Of Five Armies
Distribuzione in Italia: Warner Bros Italia
Durata: 144 minuti
Genere: Fantastico
Cast: Martin Freeman, Ian McKellen, Richard Armitage, Evangeline Lilly, Cate Blanchett, Luke Evans, Orlando Bloom, Lee Pace, Benedict Cumberbatch, Ken Stott, Graham McTavish, Aidan Turner, Manu Bennett, Billy Connolly, Sylvester McCoy, Christopher Lee, Mikael Persbrandt, Ian Holme, Hugo Weaving, Ryan Gage
Regista: Peter Jackson
Pontelagolungo è colpita dalla furia del drago Smaug, dopo che i nani hanno raggiunto Erebor. Tra morte e distruzione, Bard l'Arciere, richiamando le gesta del nonno, con estremo coraggio, riesce a fermare la catastrofe. Smaug viene ucciso, la notizia si diffonde presto in tutta la Terra di Mezzo. Erebor diventa preda di rivendicazioni da parte di elfi, uomini ma, soprattutto presa di mira da una minaccia nuova. I nani, intanto, sono allo sbando: la febbre dell'oro ha soggiogato Thorin, e la compagnia, senza il suo leader, non sa come reagire al pericolo crescente. Bilbo Baggins, lo hobbit dal cuore grande e generoso, cerca di portare a termine la missione assegnatagli da Gandalf, all'inizio dell'avventura. Gli eserciti sono in marcia, il coraggio sarà l'unica arma efficace.
La recensione di una neo hobbitiana L'ho scritto già nelle recensioni precedenti: non amo particolarmente il fantasy, anzi. Non ho letto nulla di Tolkien, compreso Lo Hobbit. Quindi, il primo merito del regista Peter Jackson è stato quello di far avvicinare una miscredente del fantasy come me, ad una trilogia che, effettivamente, solo fantasy non è. Mi spiego: lo scrittore, affascinato dal Medioevo e dalle leggende del nord Europa, ha creato questo mondo, la Terra di Mezzo, che tra orchi, troll, hobbit ed elfi è, comunque, molto umano. La Terra di Mezzo, altro non è che una grande, poetica metafora del nostro mondo. Nell'ultimo capitolo della trilogia, si nota di più: quando Erebor viene ripresa dai nani della compagnia di Thorin, molti sono gli eserciti che si mettono in cammino, con pretese da avanzare sull'oro della Montagna Solitaria. Anche gli esseri più nobili e puri, gli elfi, sono accecati dal rancore e dall'ingordigia. Thorin, invece, come signore assoluto si arrocca nel suo maniero e in una rabbia avara. Umani, troppo umani questi scenari che sono l'ossatura dell'ultimo film de Lo Hobbit.
Ed è stato proprio questo fondo di verità a conquistarmi. Anche gli ideali, puri, di amicizia, lealtà e dovere. Che, in quella forma, ormai, si vedono solo al cinema. Insomma, Peter Jackson mi ha fatto sognare, o meglio, fantasticare, su un mondo (im)possibile nella nostra realtà, al di fuori del cinema. Normale avere alte aspettative ma, La battaglia delle cinque armate è come doveva essere: equilibrato tra scene di battaglia, comiche e drammatiche, dal giusto ritmo e con dialoghi interessanti. Sui protagonisti, mi ripeto: il film è stato cucito addosso al cast. Tutti straordinari, affiatati, ognuno di loro un tassello insostituibile nel mosaico di Jackson. Commovente l'amicizia tra Bilbo e Thorin. Peccato solo che i film de Lo Hobbit non abbiano avuto la stessa fortuna de La Compagnia dell'Anello, per quanto riguarda i premi. Ha sofferto della sovraesposizione mediatica della precedente trilogia. Però, non sono solo i premi a fare di un film, un successo. Serve passione, bravura e professionalità. Che ne dite? Penso che la trilogia de Lo Hobbit ne è piena, come le sale ricche d'oro di Erebor.
La recensione dell'esperto
Ebbene, oramai siamo giunti alla fine di questo secondo, magico cammino nelle terre di Arda, il continente creato dalla brillante mente di John R.R. Tolkien quasi cento anni fa.
Prima di tutto, si può ben dire che Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate è stato l'episodio più travagliato della trilogia per due ragioni: la prima è quella riguardo al cambio della data di uscita, prevista prima per luglio 2014 e poi slittata al 17 dicembre dello stesso anno; la seconda riguarda invece il titolo del film, dato che inizialmente doveva chiamarsi Lo Hobbit: Andata E Ritorno, poi è stato cambiato in Lo Hobbit: Racconto Di Un Ritorno per arrivare, finalmente, al titolo definitivo con cui lo conosciamo! Già questa, secondo me, è stata una battaglia!
Non parliamo poi dell'ennesima, orribile scelta fatta dagli adattatori cinematografici italiani nel tradurre il titolo originale! In tutte le traduzioni ufficiali italiane del libro, la battaglia finale è stata sempre conosciuta col nome di "Battaglia Dei Cinque Eserciti", quindi che cosa mi significa quel "Armate"? E' forse sintomo di troppa pigrizia, dato che è stato semplicemente tradotto l'originale "Armies" in "Armate"?!
Tolto ciò, questo capitolo ha evidenziato, molto più dei due prequels, la veridicità della mia teoria riguardante la suddivisione della storia in tre film per meri scopi commerciali da parte della Warner.
Infatti, citando l'anziano Bilbo in Il Signore Degli Anelli: La Compagnia Dell'Anello, la storia cartacea, come il burro, è stata spalmata su troppo pane: nel secondo film, la "toppa" creata dall'inizio della relazione Kili-Tauriel ha retto bene, nonostante appunto le pesanti critiche di molti fan, io compreso, per via di questo amore del tutto impossibile nella mente e nei progetti di Tolkien.
Il terzo film, invece, risulta essere troppo frettoloso e pieno di gravi lacune. Non è un caso infatti che La Battaglia Delle Cinque Armate sia il capitolo più corto, non solo della trilogia de Lo Hobbit, ma di tutta la saga dedicata alla terra di Arda creata da Peter Jackson.
La durata breve infatti mi ha alquanto colpito e, allo stesso tempo, turbato, perché non presagiva nulla di buono e, puntualmente, la frettolosità di quest'ultimo film, nonché appunto la mancanza di scene-chiave per capire determinate cose hanno lasciato irrisolti numerosi quesiti.
A quel punto, ho reagito con la stessa rabbia di Smaug qui sotto!
Fortunatamente, la gran parte di queste lacune verrà colmata con la Extended Edition del film, in uscita a novembre 2015 con ben 30 minuti di scene extra, in cui assisteremo ai funerali di (SPOILER) Thorin, Kili e Fili, l'incoronazione di Dain come nuovo Re Sotto La Montagna e di Bard come Re di Dale, più scene d'azione con il bistrattatissimo Beorn il Mutapelle, il destino finale dell'Arkengemma (nella versione cinematografica, fanno passare Bard per un ladro!) e molto altro ancora.
In questo caso, non so di chi sia la colpa: di Peter Jackson, che ha fatto scelte sbagliate nell'editing e montaggio finale della pellicola? O della Warner, che ha imposto un limite di durata del film alquanto ristretto?
Non lo sapremo mai, ma è più che ovvio che, a differenza delle Extended Editions degli altri cinque film, in cui possiamo gradire la presenza di scene extra comunque non essenziali ai fini della trama principale, con Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate sarà necessario vedere la versione integrale per comprendere questioni importanti riguardo il destino di molti personaggi. E non è detto che la vedranno tutti, dato che molti fan non sono propensi ad acquistare o a vedere un film ancor più lungo, se non hanno apprezzato granché la versione ridotta. Un vero peccato.
Ma non prendetemi affatto per un tolkeniano integralista, come già vi dissi nei due anni passati. Le mie critiche negative si concludono qui, perché stiamo comunque parlando di un prodotto della premiata ditta "Jackson & Tolkien"!
Di fatto, vedendolo da un'ottica cinematografica, questo film è godibile e mai lento. Tutti gli attori recitano in maniera egregia (anche Orlando Bloom/Legolas, nonostante l'esageratissima scena del ponte verso la fine del film, tanto da guadagnarsi il famoso meme "Oh guarda, una legge fisica! Devo subito infrangerla!", chi ha visto o vedrà la pellicola capirà!), e anche qui, il collage tra gli avvenimenti de Lo Hobbit e delle Appendici de Il Signore Degli Anelli offre un ottimo mix come solo Peter Jackson può offrirci.
Proprio riguardo gli eventi delle Appendici, una delle scene che ho apprezzato tantissimo è stato il salvataggio di Gandalf a Dol Guldur da parte del Bianco Consiglio.
Magnifica e possente Cate Blanchett, nel ruolo della misteriosa e fortissima Dama Galadriel a confronto con Sauron (in quella scena, l'elfa si infuria, utilizzando la luce della stella di Earendil, alla stessa maniera di come farà poi con Frodo, quando lo hobbit le offre l'Unico Anello in Il Signore Degli Anelli: La Compagnia Dell'Anello, fateci caso), e grandissimi Hugo Weaving e il venerando Christopher Lee che si cimentano (nel caso di Lee ovviamente si tratta di una controfigura, a meno che il caro nonnino "Dracula" non sia ancora tanto arzillo!) in una lotta senza quartiere contro i nove Nazgul! Stupendo!
Ancora, un altro aspetto-analogia con Il Signore Degli Anelli è stato la pazzia di Thorin, colpito dalla "malattia del drago", ovvero la bramosia per l'immenso tesoro accumulato per anni da suo nonno Thror e poi rinsavito per partecipare alla battaglia finale contro il nemico comune, ovvero Sauron e le sue orde, esattamente come accade al povero Boromir, interpretato da Sean Bean, in Il Signore Degli Anelli: La Compagnia Dell'Anello, quando l'Unico Anello lo fa impazzire, cercando di uccidere Frodo, per poi tornare in sé morendo con onore contro l'orda di Uruk-Hai inviati da Saruman. Un'analogia stupenda e bellissima nella quale Richard Armitage dà prova delle sue immense doti recitative. Complimenti vivissimi.
Infine, dopo l'apprezzabile, lunga battaglia alle pendici di Erebor, estesa da Peter Jackson anche alle rovine di Dale, cosa che nel libro non avviene, un'ultima chicca nel "P.J. Style" che fa da ponte con Il Signore Degli Anelli e che ho gradito tanto è quella riguardo il gran dubbio di Legolas sul da farsi e sul come agire per iniziare l'opera di contrasto contro Sauron e i suoi adepti e lo scioglimento di tale dubbio da parte di suo padre, il re Thranduil, con il suggerimento di trovare il ramingo del nord chiamato "Grampasso", ovvero il mitico ed unico Aragorn, futuro re di Gondor, interpretato nella trilogia de Il Signore Degli Anelli da Viggo Mortensen, col quale Legolas stringerà un legame fraterno nel corso degli anni.
Da come avrete sicuramente capito, il mio apprezzamento per questo film si basa soprattutto sugli intrecci e le analogie con la prima trilogia, quella de Il Signore Degli Anelli, proprio perché questa pellicola, comunque molto bella, secondo il mio modesto parere da cinefilo, non regge appunto il ritmo con i primi due film proprio a causa delle suddette lacune colmabili solo con la Extended Edition.
Tuttavia, come già detto altre volte, Peter riesce sempre a fare quello che molti registi non sono in grado di fare, ovvero restare il più fedele possibile alla trama originale, specie nel caso de Lo Hobbit, in cui, insieme alla sua troupe, ha dovuto inventare scene e personaggi extra che molti non hanno apprezzato, proprio perché, secondo me, il progetto originale della suddivisione dell'opera in due adattamenti cinematografici sarebbe bastata. Ma ormai è inutile parlare di ciò che è stato. Pensiamo piuttosto all'enorme sforzo del cast tecnico nell'adattare questo romanzo, con toni molto diversi da quelli più cupi e adulti de Il Signore Degli Anelli, e a come siano riusciti, tutto sommato, a creare una seconda trilogia sulla Terra di Mezzo degna di tale nome.
Ora sorge un grande dubbio: con la stupenda canzone The Last Goodbye, scritta per quest'ultimo film ed interpretata da Billy Boyd, ovvero lo hobbit Pipino nella trilogia de Il Signore Degli Anelli, Peter Jackson sembra essersi congedato col grande pubblico per quanto riguarda gli adattamenti delle opere di Tolkien, dato che appunto il Maestro concesse, prima della sua morte nel 1973, solo i diritti cinematografici de Lo Hobbit e de Il Signore Degli Anelli.
Molti fan, me compreso, da tempo stanno chiedendo al regista neozelandese di cercare di parlare col restio e cocciuto Christopher Tolkien, figlio del Maestro e curatore di tutte le opere postume del padre, per ottenere i diritti per creare una nuova saga basata sul mitico libro Il Silmarillion, vera e propria genesi della Terra di Mezzo, che narra come nacque quel mondo fantastico e di ciò che accade in 5000 anni di storia, racchiusi nelle tre ere antecedenti Lo Hobbit e Il Signore Degli Anelli, o di ottenere almeno il permesso per realizzare un film basato su I Figli Di Hurin, altra opera ambientata nel continente di Arda.
La lotta, se mai ci sarà, sarà molto dura, dato che Christopher, ormai ultranovantenne, non mollerà facilmente l'osso, avendo da sempre disprezzato Peter e i suoi adattamenti, e visto che, molto probabilmente, anche gli altri discendenti di Tolkien, che prenderanno il posto di suo figlio come curatori delle opere del loro antenato, saranno stati già "addestrati" a non cedere alle lusinghe del regista o di chi per lui.
Come dice Aragorn al giovane Haleth in Il Signore Degli Anelli: Le Due Torri: "C'è sempre speranza.", quindi speriamo ed incrociamo le dita.
Intanto, aspetto con trepidazione qualcosa di più concreto, ovvero la Extended Edition del terzo film de Lo Hobbit e vi auguro buona visione e buon viaggio di ritorno a casa insieme al nostro amatissimo Bilbo!
Cast: Jay Baruchel (Hiccup), America Ferrera (Astrid), Gerard Butler (Stoick), Craig Ferguson (Skaracchio), Jonah Hill (Moccicoso), Christopher Mintz-Plasse (Gambedipesce), T.J. Miller (TestadiTufo), Kristen Wig (TestaBruta), Kit Harington (Ereth), Cate Blanchett (Valka), Djimon Hounsou (Drago Bludvist)
Regista: Dean DeBlois
Come dico sempre io, un cinefilo, per definirsi tale, deve essere interessato sia ai film in live action sia ai cartoni animati, per continuare a a mantenere vivo il bambino che è in noi, che ci dà molte volte la spinta e la grinta giusta per andare avanti in molte situazioni della vita.
Ed è grazie a film come la saga di Dragon Trainer che il divertimento e l'avventura sono assicurati. Di fatto, dopo 4 anni dall'uscita del primo capitolo, è giunto quest'anno Dragon Trainer 2, sequel ambientato 5 anni dopo le vicende del primo film. In teoria, bisognerebbe prima vedere la serie TV Dragons: I Cavalieri Di Berk, ma non è di vitale importanza ai fini della trama, dato che fa sì da collante tra i due film, ma giusto per osservare nuove specie di draghi e le rocambolesche vicende di Hiccup, il giovane protagonista doppiato come sempre in lingua originale da Jay Baruchel, e del suo drago, il mitico Sdentato, appartenente alla razza delle Furie Buie.
Tornando al secondo capitolo, vediamo come il villaggio di Berk si sia ormai adattato a convivere con i draghi, usandoli come loro cavalcature, e come Hiccup, ormai ventenne, cerchi di capire chi egli sia e cosa vuole farne della sua vita, poiché suo padre, il possente, testardo ma gentile Stoick, doppiato originariamente da Gerard Butler, vuole iniziare a prepararlo per divenire il nuovo capo-villaggio una volta che lui non ci sarà più.
Il ragazzo, riluttante nel voler svolgere tale ruolo, preferisce infatti esplorare il mondo circostante con Sdentato, e la sola che sembra capirlo, ma comunque solo in parte, è la sua fidanzata, la coraggiosa Astrid, doppiata in lingua originale da America Ferrera.
Improvvisamente, tutto cambia quando, durante una delle loro avventure, Hiccup ed Astrid, accompagnati dai loro draghi, incontrano il giovane Ereth, doppiato originariamente da Kit "Jon Snow" Harington. Questo giovane vichingo attacca i due ragazzi, poiché il suo compito è quello di catturare draghi per il crudele e spietato Drago Blutvist, doppiato in lingua originale da Djimon Hounsou.
Infatti, il malefico guerriero, capace di dominare e sottomettere i draghi al suo volere grazie ai suoi metodi barbari, si sta preparando per dichiarare guerra al mondo con l'ausilio di un immenso esercito di draghi che man mano cattura nei suoi viaggi.
Hiccup, come sempre ottimista nel voler cercare di persuadere Drago per ottenere la pace, nonostante la ritrosia di suo padre Stoick, vecchio nemico di Blutvist, incorrerà in parecchie disavventure e in una grave tragedia, con due soli, ma importanti vantaggi: nonostante tutto, diverrà più forte, imparando finalmente a conoscere sé stesso e, soprattutto, ritroverà una persona che non ha mai potuto conoscere: sua madre, Valka, doppiata originariamente da Cate Blanchett.
Riuscirà il giovane vichingo a bloccare l'inarrestabile avanzata di Drago Blutvist?
Per fortuna, questo film rientra nella rara e ristrettissima schiera dei sequel riusciti in maniera egregia. La storia si differenzia grandemente dal primo film, com'era logico che dovesse essere, e alla domanda:"Qual è il migliore tra i due?" onestamente non riesco proprio a rispondere, anche se normalmente ho sempre le idee molte chiare a proposito della qualità di una pellicola. In questo caso, non ci riesco perché sono appunto molto differenti tra loro e belli in maniera diversa.
Dunque, è con gran trepidazione che attendo il terzo capitolo, in arrivo il 9 giugno 2017, augurandovi buona visione!
Cast: George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Bob Balaban, Jean Dujardin, Hugh Bonneville, Cate Blanchett
Regista: George Clooney
Mentre gli Alleati stanno sferrando l'ultimo attacco al Terzo Reich di Adolf Hitler, in America lo storico dell'arte Frank Stokes arruola sette uomini, tutti esperti in belle arti, e con la benedizione del presidente Roosevelt parte alla volta del vecchio continente. Missione: salvare le opere rubate dal führer, preziosi "ostaggi" per il museo del Terzo Reich. Nel caso la Germania perdesse la guerra, i soldati nazisti hanno l'ordine di distruggere tutto ed è questa la battaglia dei Monuments Men. Sicuramente non sono giovani e aitanti, la guerra anche se per l'arte, è sempre guerra con rischi e pericoli. Ma perdere inestimabili opere artistiche significherebbe perdere quel po' di speranza e bellezza per uscire dalle tenebre del conflitto mondiale.
La premiata ditta Clooney&Heslov, questa volta, si cimenta con un film di guerra, un Bastardi senza Gloria dove gli scalpi tarantiniani sono stati sostituiti da sculture di Michelangelo e quadri di Rubens e Raffaello. Chi si aspetta film come Good Night and Good Luck o Le Idi di Marzo, fa meglio ad abbassare le aspettative perché i due amici e produttori hanno concepito il film più come una reunion simpatica e gigiona tra grandi nomi di Hollywood, che un capolavoro come i film precedenti. Tratto da una storia vera, (in commercio è disponibile anche il romanzo di Robert M. Edsel), il film è noioso, dal ritmo slegato e con pochissimi momenti memorabili. Aggiungeteci anche che la recitazione non è ai massimi livelli.
Bello il messaggio che il film invia sull'arte e sull'importanza di preservare la memoria storica e culturale dell'umanità ma, mr. Clooney what else?
La bellezza è il fil rouge che riporta l'Oscar, dopo quindici anni, nel nostro paese: dopo La Vita è Bella di Roberto Benigni, La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino torna a far sognare l'Italia e a darle un posto di prestigio nella cinematografia mondiale. Il film ha già fatto incetta di premi come Golden Globe e Bafta ma l'Oscar è la consacrazione definitiva per un film bello, poetico e spietato.
Molti critici hanno scritto che il regista napoletano avrebbe vinto l'Academy perché gli americani hanno amato il declino folcloristico della società italiana narrato da Sorrentino: nonostante nel corso di questi mesi tutti abbiano messo in evidenza proprio questo aspetto, io continuo ad affermare che il film si focalizza sulla bellezza di una città e sulla bellezza di un'anima, quella del protagonista Jep Gambardella, in rinascita. Se vogliamo parlare di declino, sicuramente non è quello che colpisce le persone normali perché i protagonisti de La Grande Bellezza sono tutto fuorché normali.
Comunque un premio davvero meritato, non solo da cast e regista, ma dal nostro paese. Orgoglio per il quindicesimo Oscar che l'Italia incassa e che afferma a tutto il mondo l'eccellenza del nostro "artigianato" cinematografico, tutto cuore e potenzialità. Si perché i soldi mancano, da Stato e quant'altro! Con la speranza che l'Oscar appena conquistato incentivi e incoraggi tutto il cinema italiano. Mitico il discorso di ringraziamento del regista che ha nominato Maradona, Napoli, Fellini, Scorsese e i Talking Heads, un mix eclettico di ispirazioni.
Ok, ho finito con l'italian pride, passiamo all'elenco dei vincitori:
MIGLIOR FILM:12 ANNI SCHIAVO
MIGLIOR REGISTA:ALFONSO CUARON
MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:MATTHEW McCONAUGHEY
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:CATE BLANCHETT
MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:JARED LETO
MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:LUPITA NYONG'O
MIGLIOR FILM STRANIERO:LA GRANDE BELLEZZA
MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE:SPIKE JONZE PER HER
MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE:JOHN RIDLEY PER 12 ANNI SCHIAVO
MIGLIOR FILM D'ANIMAZIONE:FROZEN
Ok, sicuramente siamo tutti incazzati come iene per la mancata vittoria di Leonardo DiCaprio, se qualcuno avesse mai avuto dubbi sull'antipatia dell'Academy nei suoi confronti ora non può più rifiutare la realtà! Scherzi a parte, Leo è ancora una volta messo da parte nonostante la sua bravura sia riconosciuta a livello mondiale. Quindi Incursioni da un consiglio a mr. DiCaprio: caro Leo sii zen, il mondo sa quanto vali, non è certo quella cavolo di statuetta a dimostrarlo! Il premio di Leo (!!!!) è andato a Matthew McConaughey per il ruolo in Dallas Buyers Club: l'attore dopo le commediole degli inizi ora è diventato interprete impegnato e, ora, glorificato con l'Oscar. McConaughey è stato bravo ma secondo me non tanto da meritare l'Oscar. E sono obiettiva quando lo scrivo, non perché tifassi per Leo. Non meritata, di più, la statuetta vinta da Jared Leto come Miglior Attore Non Protagonista sempre per Dallas Buyers Club: il suo Rayon ti rimane dentro. I premi femminili in parte erano facili da prevedere, Cate Blanchett, alla seconda statuetta, (bello il suo acceptance speech sulle donne) è un mostro di bravura e Lupita Nyong'o una bellissima rivelazione in 12 Anni Schiavo. Anche se mi è dispiaciuto per Amy Adams, anche lei come DiCaprio ennesima nomination per una validissima interpretazione ma nessun premio.
E se qualcuno si morde le mani per la mancata premiazione, il regista Steve McQueen sul palco salta per la gioia dopo aver ricevuto, per il toccante 12 Anni Schiavo, il premio come Miglior Film dell'anno. Meritato davvero, un film da non perdere che con Lupita Nyong'o e John Ridley porta a casa ben tre statuette.
Chi ha fatto incetta di premi è stato l'avveniristico Gravity del messicano Alfonso Cuaron, primo latino a vincere il premio come Miglior Regista. Ben sette premi, tutti meritati? Dal punto di vista tecnico, decisamente sì. Non era assolutamente un film semplice da girare. Commovente la dedica di Cuaron alla protagonista Sandra Bullock: "Tu sei Gravity".
Il grande sconfitto dell'86esima edizione degli Academy è sicuramente American Hustle di David O. Russell: 10 nomination, nessun premio. E vogliamo parlare della delusione di cast & crew di The Wolf of Wall Street? Meglio di no.
La conduzione di Ellen Degeneres non ha deluso le aspettative, scoppiettante e vitale come solo la presentatrice sa essere, coinvolgendo il pubblico, scattando selfie con le star e distribuendo pizza, aiutata nientepopodimeno che da Brad Pitt, tra gli ospiti in platea!
Le grandi bellezze del Red Carpet
Semplicità e sobrietà sono state le parole d'ordine del red carpet degli Oscar 2014, vediamo alcuni look:
Lupita Nyong'o non ha sbagliato un solo look in questi mesi di premiazioni per il mondo. Chic e sofisticata anche ieri in Prada.
In rosso Dior l'adorabile Jennifer Lawrence che anche quest'anno non nega al pubblico una caduta, questa volta sul red carpet. Mitica!
Splendida Sandra Bullock nel blu navy di Alexander McQueen.
Un look bon ton in rosa confetto di Giambattista Valli per Penelope Cruz. Che guapa!
Semplice e raffinata Amy Adams, anche lei in blu di Gucci.
Elegante anche Anna Kendrick in Jay Mendel. Però cara Anna quella gambetta alla Jolie ritirala dentro, nun'è cosa per te.
TWO IS MEGL CHE UAN
I Brangelina sono sempre glamour, lei indossava un nude di Elie Saab.
Matthew McConaughey e la moglie Camila Alves (vestita da Gabriela Cadena) hanno provato a oscurare la stella dei Pitt ma Matthew ha toppato sullo smoking, ahimè!