giovedì 18 febbraio 2016

Recensione Flash...Oscar 2016: La grande scommessa


Anno e Nazione di Produzione: USA 2015

Titolo originale: The big short

Distribuzione in Italia: Universal Pictures

Genere: Drammatico

Durata: 130 minuti

Cast: Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling, Brad Pitt, Marisa Tomei, Melissa Leo, Rafe Spall, Max Greenfield, Margot Robbie

Regista: Adam McKay

Stati Uniti, 2005. Il mercato immobiliare è tra i più fiorenti, le banche si crogiolano nella loro infinita liquidità. La gente compra case e accende mutui. Tutti contenti? No. Come dice il vecchio adagio latino, "Nemo profeta in patria": è quello che accade a Michael Burry, titolare di un fondo finanziario, che leggendo tra le righe, ignorando i bilanci floridi delle agenzie di rating, e analizzando i dati, scopre che l'intera economia mondiale non soltanto quella degli Stati Uniti, sta andando incontro ad un immenso default che partirà proprio dal mercato immobiliare, in quel momento così di successo. Burry, con altri professionisti del mondo della finanza come Mark Baum e Jared Vennett, comprende che è il momento di investire contro il mercato immobiliare americano. Di scommettere sul suo collasso.


Credo che La grande scommessa sia tra i film più interessanti in lizza per gli Oscar 2016. Certo, non è un film facile da seguire (per delucidazioni clicca ---> QUI). La materia trattata, finanza e banche, non è di immediata comprensibilità. Ma la forza del film sta, oltre che nelle interpretazioni, soprattutto nell'aver reso semplice, attrattiva ed interessante una vicenda che, spremuta all'osso, affastella solo numeri, dati e sigle incomprensibili nella mente dei comuni mortali: mitico il "Fuck off" di Margot Robbie beatamente a mollo nella vasca da bagno. La forza del film sta in questi siparietti geniali, durante i quali personalità assolutamente estranee al mondo della finanza spiegano, attraverso il proprio 'linguaggio tecnico', tematiche dell'alta finanza.
Il ritmo del film, molto vivace, contribuisce a non far calare l'attenzione, così come i dialoghi. Il lungometraggio di Adam McKay incassa importanti nomination agli Academy Awards, tutte assolutamente meritate. O quasi: senza nulla togliere a Christian Bale, io la nomination l'avrei data a Steve Carell con un'interpretazione molto più incisiva (tralasciando la zazzerina bionda che gli hanno messo in testa). 
Un film difficile ma importante, per questo dobbiamo ringraziare McKay che sceglie il cinema come mezzo di comunicazione per svelare mondi sommersi, altarini e segreti che la gente comune non avrebbe mai scoperto. Che gli squali della finanza non esistono. Gli sciacalli sì.

Il trailer:


Consigliato: Sì

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martedì 16 febbraio 2016

Recensione Flash...Oscar 2016: Steve Jobs


Anno e Nazione di Produzione: USA 2015

Distribuzione in Italia: Universal Pictures

Genere: Biografico

Durata: 122 minuti

Cast: Michael Fassbender, Kate Winslet, Seth Rogen, Jeff Daniels, Michael Stuhlbarg

Regista: Danny Boyle

1984, 1988, 1998: tre anni fondamentali nella vita di Steve Jobs, fondatore della Apple, l'azienda informatica più incisiva della Silicon Valley. La presentazione del Macintosh, dopo il fallimento del Lisa; Jobs alla NeXT, sua nuova creatura dopo il benservito dalla Apple ad opera di John Sculley. E in ultimo, il 1998: il ritorno a 'casa Apple', col primo nuovo personal computer, l'iMac. Seguiamo Jobs in questi tre atti, nella storia della sua vita e di chi ne ha fatto parte. Di chi l'ha toccato, ispirato, con chi si è scontrato, chi l'ha appoggiato. Chi l'ha reso come noi lo conosciamo: un individuo fuori dagli schemi.


Aaron Sorkin ha concepito Steve Jobs, liberamente tratto dalla biografia di Walter Isaacson (che vi consiglio!), come una pièce teatrale. Ebbene sì: non ci troviamo di fronte all'ennesimo biopic nascita-vita-morte o ad una biografia pop del fondatore del colosso di Cupertino, come quella di qualche anno fa con Ashton Kutcher. L'accoppiata Boyle-Sorkin concepisce un punto di vista originale, una nuova visione di Steve Jobs, che va oltre l'agiografia a cui ci hanno abituato i media.
Tre atti, tre momenti importanti nella vita di Jobs, e che si svolgono tutti prima della presentazione di un prodotto, i famosi keynote-spettacolo del fondatore della Apple. Pochi minuti prima di andare in scena, il protagonista viene raggiunto da personaggi chiave della sua vita, personale e lavorativa, che lo mettono spalle al muro, lo fanno riflettere o chiedono semplicemente la sua attenzione. Accanto, c'è sempre Joanna a calmarlo, consigliarlo e a contenere tutta quell'esuberanza che a volte puo' essere distruttiva.



Essendo un film dal cuore teatrale, si basa sulle interpretazioni. Michael Fassbender e Kate Winslet sono assolutamente all'altezza del compito assegnato: sono l'anima del film e condividono una buona chimica. E se Fassbender, a differenza di Ashton Kutcher, non assomiglia fisicamente a Jobs, ciò non vuol dire che la sua interpretazione sia meno efficace, anzi: lo vedi Steve Jobs in lui, eccome. La sua asprezza, la sua arroganza, il suo essere controcorrente, andare contro tutto e tutti, non farsi ingabbiare da definizioni perché a crearle ci pensava lui. Il suo Steve Jobs sbaglia, colleziona insuccessi e inimicizie, è un maniaco del controllo e non è assolutamente un buon padre. Eppure piace, perché è un innovatore e di innovatori al mondo ne nascono sempre troppo pochi. La regia di Boyle accompagna gli interpreti e srotola la storia, senza interferenze, e con un buon ritmo sfilano dialoghi fulminanti, tra tutti, quelli con Jeff Daniels e Seth Rogen. 
"Sono fatto male", dice Jobs alla fine del film. Non si puo' dire altrettanto del film.

Il trailer:



Consigliato: Assolutamente sì


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sabato 13 febbraio 2016

Recensione Flash...Oscar 2016: L'ultima parola - La vera storia di Dalton Trumbo


Anno e Nazione di produzione: USA 2015

Titolo originale: Trumbo

Distribuzione in Italia: Eagle Pictures

Genere: Biografico

Durata: 124 minuti

Cast: Bryan Cranston, Diane Lane, Helen Mirren, Louis C. K., Elle Fanning, David James Elliott, John Goodman, Dean O'Gorman

Regista: Jay Roach

Nel 1947, ad Hollywood, Dalton Trumbo è tra gli sceneggiatori più richiesti e pagati. Quando i venti della Guerra fredda iniziano a soffiare sugli Stati Uniti, nulla puo' fare il caldo e tollerante clima della California. La caccia alle streghe comincia anche a Los Angeles: chiunque sia iscritto o abbia simpatie per il partito comunista viene emarginato e il proprio nome trova posto nella lista nera. Per quanto sia tra gli artisti più stimati ad Hollywood, lo stesso trattamento è riservato anche a Trumbo che, insieme ad altri nove colleghi, affrontano un processo istituito dalla Commissione per le attività anti-americane, e perdono il lavoro. Costretto a lavorare a nero, non potendo firmare le proprie sceneggiature, Trumbo continuerà a credere nelle sue idee, a non rinnegarle. E vincerà due Oscar.


Ai più, il nome di Dalton Trumbo non dirà nulla. Se vi nomino Vacanze Romane o Spartacus, e vi dico che è lui l'autore di questi film cult? 
Questo geniale sceneggiatore, comunista e fiero di esserlo, ha preferito l'anonimato o noms de plume ma non rinnegare i suoi ideali e il suo "credo" politico. Una lotta, non solo di Trumbo ma di tutta la sua famiglia, contro il fanatismo che si scatenò negli Stati Uniti in quel periodo. Additato e sbeffeggiato pubblicamente, anche grazie al contributo dell'ex attrice Hedda Hopper e di una buona parte di Hollywood che, per paura o convinzione, si schierò con gli anti-comunisti. Trumbo, supportato dalla famiglia e da pochi amici e sostenitori come Kirk Douglas che volle espressamente lui per la sceneggiatura di Spartacus, decise di continuare a scrivere, lavorare, proseguire, nonostante le difficoltà, con la sua vita. Sicuro che, un giorno, tutti avrebbero dovuto riconoscere la sua bravura. Quella di un comunista. 
Il film brilla per l'interpretazione di Bryan Cranston: tutto parte da lui, dalla perseveranza del suo personaggio e dalla grande empatia, oltre che bravura, dell'attore nel farlo rivivere sul grande schermo. La storia procede in modo abbastanza semplice e lineare, nessun guizzo registico. D'altronde, essendo un biopic, rientra nel canone. Anche il resto del cast, in testa Helen Mirren in versione malefica, non è stato da meno. Ottima la ricostruzione del periodo storico.
Trumbo è stato un grande di Hollywood, e ricordarlo con un film, descrivere cosa è significato essere un comunista nell'America di quel periodo, oltre che interessante è stato necessario. Ogni emarginazione, basata sul credo politico o religioso, è antidemocratica, oscurantista e ignorante.

Il trailer:


Consigliato: Sì


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giovedì 11 febbraio 2016

Recensione Flash...Oscar 2016: Revenant - Redivivo



Anno e Nazione di Produzione: USA 2015

Titolo originale: The Revenant

Distribuzione in Italia: 20th Century Fox

Genere: Drammatico/Western
Durata: 156 minuti

Cast: Leonardo DiCaprio, Tom Hardy, Domnhall Gleeson, Will Poulter, Forrest Goodluck

Regista: Alejandro González Iñárritu



Nel Nord Dakota del 1823, il trapper Hugh Glass sta guidando una spedizione alla ricerca di animali da pelliccia, per commerciarne poi le pelli. Quelle sono le terre della tribù dei Ree, indiani imprevedibili ed aggressivi verso l'usurpatore bianco. Proprio durante una battuta di caccia, la spedizione guidata da Glass viene attaccata. Muoiono in trentatrè, così il capitano Henry decide, d'accordo con Glass, di tornare al forte. L'unico contrariato dalla decisione è il texano Fitzgerald. Lungo la via del ritorno, Glass viene attaccato da un grizzly. Dilaniato dalle ferite, seppur ancora vivo, l'uomo è faticosamente trascinato dagli uomini della spedizione. Ma con i Ree alle calcagna, il capitano decide di lasciare Glass con Fitzgerald, Bridger e il figlio dell'uomo, Hawk, avuto anni prima da una nativa Pawnee. Henry corrisponde ai due uomini una ricompensa, per rimanere col trapper e dargli poi una degna sepoltura. Incurante degli ordini, Fitzgerald convince Bridger dell'immediato pericolo dei Ree e della fine vicina di Glass. Abbandonato e ferito gravemente, l'uomo ingaggerà una dura lotta per la sopravvivenza, scaldato solo dal fuoco della vendetta.





Iñárritu torna un anno dopo nelle sale, con Revenant - Redivivo. Abbiamo ancora negli occhi le immagini di Birdman, ed ecco che il regista messicano ci spiazza con un'altra tipologia di film, dal sapore quasi atavico. Il progetto Revenant era in ballo già da un po' ad Hollywood ma, si è concretizzato finalmente proprio grazie al premio Oscar messicano che si è interessato molto al progetto, ancor prima di girare Birdman. Per la complessità di ambientazione e storia, la gestazione è stata lunga, così come le riprese. Il regista è un perfezionista, e diversamente non avrebbe concepito il progetto, così come lo abbiamo visto al cinema. Il film narra della storia vera di Hugh Glass, ovviamente in alcuni punti romanzata, ma nemmeno troppo (se vuoi leggere di più su Hugh Glass clicca ---> QUI). DiCaprio torna con un grande ruolo: dai fiumi di parole di Jordan Belfort di The Wolf Of Wall Street, interpreta Glass, uomo della foresta, ferito e dall'animo primordiale. Un uomo che ha fatto amicizia con la morte, la sceglie come alleata. Così come la natura, inospitale e gelida, se ne serve per la sopravvivenza. Il ritmo del film è lento, si adatta alle difficoltà del personaggio, e porta lo spettatore a lottare con Glass, ad accucciarsi nel cavallo sventrato con lui. Ad avere freddo. Ad uccidere, a volerlo con bramosia, per sopravvivere. La cifra stilistica di Iñárritu è inconfondibile, la consueta poesia delle immagini. Così come la potenza recitativa di DiCaprio. Ottimo anche Tom Hardy: l'accento texano per un inglese credo sia una delle cose più difficili da imitare.

La vittoria agli Oscar? Come direbbe Hugh Glass: "E' nelle mani di Dio".



Il trailer:



Consigliato: Sì

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martedì 9 febbraio 2016

Fenomenologia di mr. Rochester: perché vorremmo essere tutte Jane Eyre?




Ricordate il post su Jane Eyre? Vi rinfresco la memoria, eccolo qui: Jane Eyre...allo specchio.



Risulta essere tra i più letti sul blog, e così visto che ho accumulato altre blatere, ebbene sì, beccateve un altro post su Jane Eyre!



Più che Jane, nel post vi parlerò di mr. Edward Fairfax Rochester, protagonista maschile del capolavoro di Charlotte Brontë. E del perché tutte vorremmo essere la sua Jane.

Prima di passare a parlare dei film e serie TV, brevissimo riepilogo della storia (nel caso, alcuni non la conoscessero: shame on you!) e piccola analisi del personaggio letterario di mr. Rochester.


Orsù, generi di conforto e si va!




Il libro e la storia


Il romanzo viene pubblicato il 16 ottobre 1847, in piena epoca vittoriana. In quanto donna, Charlotte pubblica la sua opera sotto pseudonimo maschile, Currer Bell. 



Jane Eyre prende il titolo proprio dalla sua protagonista: orfana di entrambe i genitori, Jane viene cresciuta per un certo periodo dal fratello della madre. Alla morte di quest'ultimo, la bimba rimane sola con la zia, la malvagia mrs. Reed, e tre cugini teppisti, figli di degna madre! Stufa di dover provvedere a lei, mrs. Reed la invia con un viaggio di sola andata al collegio di Lowood: avete presente Auschwitz? Ecco, Lowood ci va molto vicino. Jane, insomma, cresce così, sempre sulla soglia della follia. Eppure, la sua viva fantasia non ne viene intaccata, anzi: alimentata dall'ambiente cupo e buio in cui è costretta a vivere per ben otto anni, la sua mente diventa regno di personaggi magici, e di paesaggi in cui rifugiarsi. Al compimento dei diciotto anni, Jane mette un annuncio sul giornale (com'era semplice allora trovare lavoro, eh?) proponendosi come istitutrice. Et voilà: da Thornfield Hall le fanno sapere che saranno ben lieti di accoglierla, e che la sua nuova protetta, la piccola Adele Varens la aspetta. Dal suo arrivo a Thornfield, trascorre qualche mese prima che Jane conosca il proprietario: l'oscuro mr. Rochester.


Chi è Edward Fairfax Rochester?

Credits by Hankinstein
Se avete letto qualche critica o analisi del romanzo, saprete già che mr. Rochester incarna alla perfezione il Byronic Hero. Lo storico e critico Lord Macaulay così descrive questo modello letterario: "Un uomo orgoglioso, lunatico, cinico, implacabile nella vendetta eppure capace di profondi affetti"; in sintesi, il ritratto di mr. Rochester è questo. Aggiungo che la Brontë lo descrive come non molto avvenente, più anziano di Jane, e rude. 

Quando Jane lo incontra, non sa se rimanerne affascinata o odiarlo. 

Il rapporto con Jane è, fin da subito, magico.
Magico non in senso romantico ma, come le confesserà lo stesso Rochester più avanti nel romanzo, lui e Jane parlano la stessa 'lingua': entrambe riescono a vedere l'altro nel profondo, ad andare oltre le apparenze. Un dialogo tra anime affini.

Per quanto il romanzo sia di epoca vittoriana, è pervaso da una forte modernità, a volte camuffata: Jane che rifiuta di vivere con Rochester come amante, e non come moglie legittima. Questa decisione, apparentemente, va a braccetto con la morale dell'epoca. Invece, Jane lo fa per se stessa, per una sua dignità, per amor proprio. Così come Cime tempestose, anche Jane Eyre in molte occasioni precorre i tempi: dai personaggi alle tematiche affrontate. Un amore, come quello di Jane e Rochester, può essere vissuto sembra dire Charlotte Brontë, ignorando gli ipocriti rimbrotti moralistici. Con una moglie inferma di mente, e lui ancora libero di amare, perché dovrebbe rinunciare a Jane, sua anima gemella? Ecco cosa dice Rochester nel romanzo:
"I scarcely think the notion that flittered across my brain was an error. I believe it was an inspiration rather than a temptation: it was very genial, very soothing—I know that. Here it comes again! It is no devil, I assure you; or if it be, it has put on the robes of an angel of light. I think I must admit so fair a guest when it asks entrance to my heart."
Costretto al matrimonio con una ricca e sconosciuta ereditiera, Bertha, per volere del padre, il giovane Edward si ritrova invischiato in un inganno tenuto nascosto non solo dai familiari della moglie ma, soprattutto, da suo padre. Ed è questo che Jane scopre: una ferita, che ha smesso di sanguinare ma che fa ancora male. E lei ne è la cura. Il raggio di sole in una vita buia, trascorsa fino ad allora, in viaggi vuoti alla ricerca del piacere, seppur passeggero. Con miss Eyre, invece, Rochester sa che la felicità sarà duratura. Infatti, le dice: 

"Sapevo che mi avreste fatto del bene, dal primo momento che vi ho visto".

Le trasposizioni del romanzo al cinema e in TV sono state numerose, possiamo ricordare la prima di Orson Welles nel 1943. Oppure quella televisiva statunitense con Charlton Eston degli anni Cinquanta, e quelle inglesi del 1983 con Timothy Dalton e del 1997 con Ciaran Hinds (che a me non è piaciuta). 

Questi sono i miei tre Rochester preferiti: seppur sia lo stesso personaggio, tra loro le interpretazioni sono molto diverse.

Jane Eyre di Franco Zeffirelli 



Del 1996, forse la versione più pacata e didascalica del romanzo.
Protagonisti William Hurt e Charlotte Gainsbourg: la coppia di attori è quella che testimonia meglio i characters letterari, a partire dalla differenza d'età tra Jane e Rochester. 

Fisicamente non molto attraente, trasandato, anche la famosa chioma leonina di Rochester la ritroviamo su Hurt. Quindi molta attenzione alla riproduzione fedele del romanzo, anche se un po' piatta. Per quanto ben recitato, il Rochester di William Hurt non emoziona. Il Byronic Hero nella Jane Eyre di Zeffirelli è da dichiarare disperso. 
Giudicate voi:




Jane Eyre di Susanna White



Miniserie prodotta e andata in onda sulla BBC nel 2006. Ad interpretare i protagonisti, Toby Stephens (ora in Black Sails, qualche somiglianza con mr. Rochester ce la vedo nel pirata che interpreta!) e Ruth Wilson.

Ottima questa versione anche se, a tratti, il taglio televisivo ne smorza recitazione e ritmo. 
Il mr. Rochester di Toby Stephens inizia a discostarsi molto, dal punto di vista fisico, da quello letterario, ma rispetto a quello di Hurt acquista in ironia. Infatti, ciò che ho più apprezzato dell'interpretazione di Stephens è l'umorismo tagliente, il cinismo tipico di Rochester, uomo ferito dalla vita e dagli affetti. "Un personaggio davvero complesso", ha detto la regista Susanna White, "che ha in sé ombra e luce. Per fortuna abbiamo trovato Toby". L'attore ha detto: "Quando lo incontri per la prima volta, ti appare brusco, quasi maleducato. Ma più la storia va avanti, più porte vengono aperte e Jane ci guarda dentro. Però come (Rochester ndr.) le apre, repentinamente le chiude. E' un personaggio affascinante". 
Il Rochester di Stephens è tridimensionale, rispetto a quello di Hurt: è passionale, quasi carnale, si sa che ha dei trascorsi con molte donne, non è un santo. Ma è uno spirito libero, come Jane. Il Byronic Hero di Stephens convince decisamente di più.
Ecco una scena significativa e divertente: botta e risposta tra i due, che iniziano ad apprezzarsi:



Jane Eyre di Cary Fukunaga



Sarà che adoro lo stile di Cary Fukunaga, sarà che c'è Michael Fassbender ma per me questa, che è anche l'ultima trasposizione in ordine cronologico del romanzo brontiano, è la Perfezione.

Fukunaga ha preso il romanzo, lo ha portato nella contemporaneità, ne ha rivisto i ritmi di narrazione, non snaturandoli e ne ha mantenuto intatto il nucleo, magico e senza tempo. Un incantesimo cinematografico, che si apprezza ancora di più se visto in lingua originale.

Se il Rochester di Hurt era piatto, quello di Stephens cinico e ironico, quello di Fassbender è la versione più fedele del personaggio, del Byronic Hero: glaciale e scostante ma, incuriosito da quella strana creatura che dice di essere istitutrice nella sua Thornielfd, durante il primo incontro nella nebbia:



La cortina di ghiaccio inizia a sciogliersi, l'enigma che ha davanti inizia a svelarsi. Così come a Jane è permesso di sondare quegli occhi pungenti.

L'attore ha accettato la parte, ricordando l'affetto che la madre e la sorella nutrivano per il romanzo. Che dolce!
Certo, anche qui la somiglianza fisica con il personaggio letterario va a farsi benedire, però, vedendo il film, comprendi che non è poi così rilevante perché l'ottima interpretazione di Fassbender (così come quella della Wasikowska) punta al cuore di Rochester, a metterlo a nudo per lo spettatore. Passionale e vivido il lavoro dell'attore.
Ritroviamo gli aspetti magici e misteriosi, quasi gotici, del romanzo, riportati fedelmente nel film. Ed è proprio questo che mi ha conquistata: tutto è avvolto in ombre e luce, chiaroscuri che nascondono e svelano, personaggi ed ambienti. Le moorlands che partecipano alla storia e ne diventano protagoniste. Insomma, se non l'avete ancora visto, dovete recuperarlo.
Ecco una delle mie scene preferite, in cui traspare, ormai, la totale vulnerabilità di Rochester davanti a Jane:



Quindi, perché vorremmo essere tutte Jane Eyre? C'è bisogno di dirlo?

Oggi, ancora più che in passato, mr. Rochester è un miraggio: un uomo che ama davvero, che si innamora di un'anima e non di un corpo. Che vuole lei, soltanto. E la aspetta, sempre a metà tra disperazione e speranza.



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venerdì 5 febbraio 2016

Recensione Flash...Oscar 2016: Room


Anno e Nazione di Produzione: Irlanda 2015

Distribuzione in Italia: Universal Pictures

Data di uscita: 3 marzo

Genere: Drammatico

Durata: 118 minuti

Cast: Brie Larson, Megan Park, Jacob Tremblay, William H. Macy, Joan Allen

Regista: Lenny Abrahamson

Jack vive nella Stanza. Il suo mondo è quello. Ha tutto quello che gli serve per essere felice: mamma Joy, e gli amici letto, armadio, sedia, lume, lavandino. Ha anche un cane immaginario, Lucky. Al compimento dei cinque anni, la mamma gli svela che c'è altro fuori da quella stanza, un mondo vasto, pieno di avventure e persone che vogliono loro bene. A cui lei è stata strappata sette anni fa dal vecchio Nick, il padre di Jack. La ragazza mette a punto un piano, con l'aiuto di Jack, per salvare il figlio e se stessa. E fuggire da quella prigione. 


Tratto dal libro di Emma Donoghue, a raccontare la storia è proprio Jack, interpretato dal magnifico Jacob Tremblay: il piccolo ha solo dieci anni ma ha talento da vendere, e una maturità nell'interpretazione da far impallidire un attore navigato. E a proposito di interpretazione: non me ne vogliano Linklater e Co., ma la bravura di Jacob per me è la versione 2.0 del protagonista di Boyhood. 
Per Jack, la Stanza è il suo mondo. Gli unici a viverci sono lui e la mamma. Il vecchio Nick è sempre di passaggio, e non può farsi vedere quando lui è in giro. Quando, però scopre che c'è altro da vedere oltre la Stanza, il suo piccolo mondo va in frantumi, perde i contorni. Tutto è una scoperta, dal mondo, troppo grande e troppo affollato, alla nuova "versione" di sua madre, che conosce una volta fuori. Il racconto di Jack è innocente, a colori pastello, che coprono il grigio di quei sette anni di reclusione in cui ha vissuto Joy. Difficile spiegare quali emozioni hanno il sopravvento durante la visione di Room, ma sicuramente ho ben chiaro che le interpretazioni sono state tutte ottime, Brie Larson (fantastica, le sfumature nell'interpretazione di Joy sono toccanti) e Joan Allen insieme al piccolo Jacob, così come la regia di Lenny Abrahamson che ha abbassato la cinepresa ad altezza di bambino.
Non è un film facile, Room. Non lo è nemmeno un po'. Però ha una carica emozionale potente che ti spinge a proseguire nella visione, per rivedere il sole con Jack e Joy.

Il trailer:


Consigliato: Sì

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mercoledì 3 febbraio 2016

Recensione Flash...Oscar 2016: Il caso Spotlight


Anno e Nazione di Produzione: USA 2015

Titolo originale: Spotlight

Uscita nelle sale: 18 febbraio

Distribuzione in Italia: BIM

Genere: Drammatico

Durata: 128 minuti

Cast: Michael Keaton, Rachel McAdams, Mark Ruffalo, Stanley Tucci, Liev Schreiber, John Slattery, Brian d'Arcy James, Billy Crudrup

Regista: Tom McCarthy

Boston, 2001. Al Boston Globe arriva un nuovo direttore editoriale. Alla ricerca di storie interessanti per rilanciare il giornale, che si  è trasformato in un gazzettino provinciale, Marty Baron affida una scomoda inchiesta al gruppo Spotlight, una redazione a parte del quotidiano che si occupa di storie difficili. Da decenni ormai, si susseguono denunce, ed insabbiamenti da parte della Chiesa, riguardo casi di molestie sessuali perpetrati da preti verso vittime adolescenti. Boston, tra le città più cattoliche degli Stati Uniti, sicuramente non renderà facile la ricerca al gruppo Spotlight che, dopo due anni di investigazioni, scoprirà più di seicento casi di abusi e mille preti pedofili. Camminavano tra sopravvissuti ed aguzzini.


Tratto da vicende realmente accadute, Spotlight, al di là delle nomination individuali agli Academy Awards 2016, è un film corale. Come il gruppo di giornalisti ha lavorato insieme per arrivare alla verità (e che vinse il premio Pulitzer nel 2003 per la Miglior inchiesta investigativa), così il team di attori ha collaborato in sinergia con regista e sceneggiatore per restituire allo spettatore, intatti, il clima di quel periodo, la passione per il lavoro di giornalista, il totale sconcerto verso la vicenda. 
Con Spotlight riscopriamo una delle utilità del cinema, che oltre ad essere un passatempo piacevole è anche mezzo di informazione: il caso di Boston ebbe grande risonanza all'epoca, ma se chiedessimo oggi a qualcuno se ne ricorda gli accadimenti, la risposta sarebbe negativa. Ecco il plauso al film: non far dimenticare, non ignorare, informare, sapere. Perché ci sono state vite spezzate, perse in alcool, droga e che hanno visto la morte come unica via di fuga. Non si può dimenticare. 
Tutto il cast davvero valido ed in parte, la nomination dovrebbe essere al gruppo. La regia di Tom McCarthy svela efficacemente, con azzeccate scelte registiche e ritmo serrato ed incalzante, allo spettatore quanto la Chiesa fu complice, quanto fu opprimente la sua presenza, un'entità costante e fissa. Il volto troppo umano di Dio. Sicuramente non un film facile, ma che doveva essere fatto. Da vedere assolutamente.

Il trailer:


Consigliato: Assolutamente sì

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